Sostiene Diego Fusaro

Riporto di seguito la Prefazione che il Prof. Diego Fusaro ha predisposto per la pubblicazione cartacea del mio libro "La Capra e i Cavoli", secondo appuntamento con la Filosofia della Sobrietà

Per una filosofia della sobrietà

di Diego Fusaro

 

L’avvincente saggio di Gilberto Borzini prova a delineare i fondamenti di quella che egli stesso definisce come una filosofia della sobrietà. La domanda decisiva, a cui Borzini tenta in modo convincente di prospettare una risposta, è quella a suo tempo sollevata da Fromm: lo scopo della nostra vita o, avrebbe detto Heidegger, del nostro essere-nel-mondo è diventare più umani o produrre di più?

È chiaro che, posta in questi termini, e dunque come alternativa secca, la domanda non può che avere un’unica risposta sensata. Eppure il nostro tempo ha insensatamente scelto di vivere per produrre sempre di più. Ossia per consegnarsi al mito regressivo del progresso e a quel suo correlato essenziale che va sotto il nome di crescita all’infinito.

L’immaginario dell’uomo contemporaneo, come bene sottolinea Borzini, è colonizzato dal folle mito della crescita smisurata: a tal punto che esso è divenuto una vera e propria religione, nella forma di un monoteismo laico e intollerante, che innalza il fanatismo economico a stile di vita e di pensiero ubiquitariamente diffuso e indistintamente celebrato.

Borzini prende in esame, con stile accattivante, alcune delle principali figure in cui si cristallizza la tenace fede nel mito della crescita e dell’efficientismo produttivistico: mito che, come bene ha rilevato il filosofo francese Michéa, ci pone dinanzi al paradosso per cui oggi è, di fatto, più semplice immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo (o integralismo economico della crescita che dir si voglia).

Mediante una disamina, attenta e con taglio critico, delle principali figure della teologia della crescita, l’autore prova a delineare i fondamenti filosofici per una sobrietà come stile di vita e di pensiero. Sotto questo riguardo, il suo mi pare un eccellente nonché fecondissimo esercizio di “inattualità”, nel senso nietzscheano: l’“inattuale” (unzeitgemaess) è ciò che non è sincronizzato con il proprio tempo storico e, dunque, con le mode che lo costellano; è, per questo motivo, ciò che al proprio tempo storico può opporre resistenza, contrapponendogli un altrove alla cui luce inquadrare le aporie del proprio presente.

Ora, nel suo complesso, il pregevole saggio di Borzini mi pare un tentativo di riportare in auge la sapienza greca del “giusto mezzo” (métron) come antidoto, anzitutto culturale, rispetto alle intemperanze legate a quella figura dell’eccesso e dell’“illimitato” (apeiron) a cui si è ciecamente consegnata la nostra epoca, il tempo della dismisura e, appunto, della crescita sconfinata.

Tutte le principali prestazioni di senso (rectius, di non senso) del nostro tempo paiono potersi leggere come varianti dell’eccesso e della dismisura, dunque della negazione di ogni sobrietà, se con quest’ultimo lemma intendiamo, nell’essenziale, un rapporto misurato e proporzionato con noi stessi e con il reale nella sua interezza: dalla folle fede nella crescita infinita in un ecosistema finito (il non senso diffuso dai taumaturghi dell’economia liberista) fino al mito dello sconfinamento come cifra quintessensiale della globalizzazione mercatista; passando, naturalmente, per quella violazione di ogni inviolabile che, già da tempo, è stata assunta come paradigma di una libertà che è ritagliata su misura per coincidere con il desiderio consumistico illimitato e con il capriccio smisurato degli oltreuomini a volontà di potenza senza limiti.

È dall’immaginario ellenico che apprendiamo e che, con Borzini, dobbiamo avere il coraggio di ribadire la lezione della sobrietà come stile di vita, come rapporto equilibrato con sé, con gli altri e, in ultimo, con l’omnitudo realitatis.

Non si dimentichi, a questo riguardo, che il mito del “sempre-di-più”, che è il non plus ultra della libertà per l’uomo contemporaneo, abitatore della cosmopoli a liberalizzazione individualistica illimitata dei consumi e dei costumi, era per i Greci una vera e propria condanna: più precisamente, coincideva con la condanna inflitta dai divini ai mortali, dalla pena di Sisifo a quella di Tantalo, dal supplizio di Tizio a quello di Prometeo incatenato al Caucaso. Erano pene – avrebbe detto lo Hegel – del “cattivo infinito”, quello che, per inciso, i nostri contemporanei celebrano come un totem: e che il presente saggio ha il merito di mettere lucidamente in discussione, riproponendoci, con il cervello della passione, la lezione classica della vita sobria; ossia della vita conforme al precetto inscritto, a caratteri cubitali, sul tempio di Delfi: “nulla di troppo” (meden agan).

Diego Fusaro

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